Feiez in America

23 dicembre 2014

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Paolo Feiez Panigada Feiez in America di Rocco Tanica (tratto da Vite Bruciacchiate - Ricordi confusi di una carriera discutibile) Una delle volte in cui ho riso di più nella vita è stato con Feiez. A gennaio del 1998 eravamo negli Stati Uniti per alcuni concerti nei club e per girare una forsennata miniserie per la tv che si chiamava, pensa un po’, Vite Bruciacchiate. Stare in America è bello e tutto quanto, però tenevamo ritmi malati che consistevano nell’essere pronti a uscire alle 6,30, girare scene semimprovvisate per dodici ore con una pausa pranzo, tornare in hotel e crollare. Essendo molto poveri e non avendo soldi per un costumista, indossavamo i costumi uno sopra l’altro e ci toglievamo gli strati inutili al momento di girare. La cosa tornava in parte comoda perché, in fatto di temperature, Manhattan a gennaio ricorda molto Manhattan a febbraio, solo che fa più freddo. Uno degli inconvenienti del multicostume era che quando gli strati c’erano tutti o quasi si somigliava molto all’omino Michelin. I costumi erano quattro: “Cowboys”, con le pistoline di plastica e il cappello di cartone, “Sci-Fi” (pron. “Sai-fai”), che cercava di ricordare vagamente Star Trek, “Militari” (tute mimetiche), e “Police”, un pastrano nero con cappello alla Bogart. Il regista era Carlo Sigon, che oggi ne parla con divertimento ma che allora avrebbe voluto morire. Alexis Sweet l’aiuto regista. Toccava a lui gridare “Cowboys!” oppure “Sci Fi!”, e noi ci mettevamo e toglievamo gli strati. Quando tornavamo a casa eravamo disfatti. L’hotel era un albergaccio sulla 47a; mi piace molto dire che eravamo sulla 47a, ma in effetti non mi ricordo che strada fosse. Per convincerci che non fosse quella schifezza che era, ci spiegavano che nello stesso hotel in quel momento c’era B.B. King. Caro B.B., fossi in te mi farei trattare meglio. Durante quella trasferta io e Feiez dividevamo la stanza. Le coppie erano Faso-Elio, Cesareo-Christian Meyer, io-Feiez. Quando tornavamo all’ovile dopo le riprese ci schiantavamo sui rispettivi giacigli e ci facevamo inghiottire. La vita un po’ sregolata, gli orari folli e i robusti drink di consolazione facevano sì che non fossimo sempre sempre presenti a noi stessi. In più, le numerose incombenze diurne obbligatorie non ci facevano godere la città con l’energia e le iniziative che sia lei che noi avremmo meritato. Sta di fatto che in molte occasioni, nel bozzolo un po’ marcio dell’hotel, ci dimenticavamo completamente di dove ci trovassimo; stanchi com’eravamo, potevamo essere ovunque. Come quando passi del tempo in viaggio e una notte ti svegli al buio e non ti ricordi dove sei. Solo che a noi succedeva senza dormire. Così, una sera in cui i nostri poveri resti vagavano per la stanza, mi ritrovai con la fame chimica di mezzanotte e dissi a Feiez: “Senti, ho una fame della madonna. Vado giù un attimo a New York a prendere qualcosa.” Voi starete aspettando di sapere cosa accadde quella sera che ci fece molto ridere. Sono un po’ imbarazzato dal fatto che a farci ridere molto fu questa frase. Voi forse sarete un po’ delusi. Ebbene, non siatelo. Perché se ci volete un po’ bene vi farà piacere immaginarci mentre a momenti vomitiamo con la faccia tra le zecche della moquette, senza riuscire a riprendere fiato da tanto stiamo ridendo. Potenza delle droghe (quelle che prendete voi per immaginarci. Noi di nostro siamo contrari). Trascorrendo molto tempo insieme, facevamo tante cose sceme, che sono il sale della vita dei gruppi spiritosi. Non rimproverate ai gruppi spiritosi di fare cose sceme, perché è anche grazie ad esse che si mantengono spiritosi. Una cosa scema che facevamo era una canzone. L’unica, incontrastata canzone-regina di quei giorni era Bobby Burrs, presente su “Craccracriccrecr” in un indimenticabile “Live in Las Vegas”; l’avevano inventata Faso Elio e Feiez, e la cantavano ininterrottamente durante le trasferte californiane. Ma nel nostro piccolo anche io e Feiez avevamo la nostra personale canzone del cuore, che non entrò nelle abitudini comuni ma che regalò a noi due ore e ore di sano divertimento. Si chiamava I Put You, e nasceva dall’aver osservato per strada un signore che ascoltava musica in cuffia e che improvvisamente aveva riso; ci eravamo chiesti cosa stesse ascoltando di così divertente e avevamo ipotizzato che si trattasse di un EelST americano, pieno di battute e doppi sensi frizzanti. La nostra conclusione, senza ombra di dubbio, era che si trattasse di una canzone precisa, che eravamo in grado di eseguire. Il testo diceva: “And if you are my friend / I put you in the hand / Ah ah ah ah, ah ah ah ah / I put you in the hand” (“Se sei mio amico / te lo metto in mano / ah ah ah ah, ah ah ah ah / te lo metto in mano”). Da questa prima strofa si generarono, come nelle storie prolifiche della Bibbia, centinaia di nuove strofe, che una dietro l’altra davano vita a versioni di I Put You lunghe quanto le nostre giornate. Pur riconoscendo l’indubbio appeal di Bobby Burrs, Feiez e io ci stupivamo che I Put You non prendesse piede presso gli altri EelST; ci accontentavamo allora di cantare fra di noi versi che sono rimasti fra i versi più belli mai scritti per quella canzone a New York. Alcuni che mi ricordo: “And if you give me a rose / I put you in the nose Ah ah ah ah, ah ah ah ah / I put you in the nose.” “And if I see your neck / I put you in the back Ah ah ah ah, ah ah ah ah / I put you in the back.” “And if you are coming near / I put you in the ear Ah ah ah ah, ah ah ah ah / I put you in the ear.” “And if you come between / I put you in the chin Ah ah ah ah, ah ah ah ah / I put you in the chin.” La stessa notte in cui scesi un attimo giù a New York a prendere da mangiare, qualche ora dopo feci ritorno a New York in cerca di cerotti per il naso. Io russo molto forte. Chi mi dorme vicino, anche se ha messo i tappi, si sveglia per la vibrazione del cuscino. Così russo io. Ecco, a confronto di Feiez io non russo. Avevo conosciuto l’orrore acustico di dormirgli accanto qualche anno prima a Sanremo. Eravamo accampati a casa di Otar Bolivecic per le prove del Festival e io ero capitato per la prima volta in assoluto in stanza con lui. Prima di (cercare di) addormentarmi gli dissi: “Mi dispiace, russo un po’.” Lui rispose: “Non c’è problema, mi addormento facilmente e poi non sento più niente.” Era vero. Andammo a letto verso le due; alle cinque e mezzo volevo assassinarlo schiacciandogli il cuscino sulla faccia. Un reattore. Un reattore intasato di olio esausto. Questo per dire che ero già preparato al peggio, ma a N.Y. il peggio si presentava sotto le mentite spoglie di un principio di raffreddore. Il naso chiuso, unitamente alla condizione cronica del paziente, generava un volume di russata che in molte città europee gli sarebbe costato una multa salata. Dopo un’ora così, in cui la prospettiva terrorizzante non era tanto la russata quanto la consapevolezza che ogni minuto insonne sarebbe stato una ruga in più sull’anima de li mortacci nostri l’indomani (“Pronti alle sei vestiti Police!”), scesi di nuovo un attimo giù a New York per cercare i cerotti adesivi. Quelli che allargano le narici e qualche volta debellano il problema. Li trovai e salutai a malincuore New York per tornare in stanza. Feiez non tentava nemmeno di sembrare sveglio mentre con un batuffolo di cotone intriso di latte detergente gli sgrassavo il naso così come consigliato dalle istruzioni. All’epoca ci divertivamo molto a interpretare la vecchia coppia gay alle prese con la vita di tutti i giorni, tra affettuosità e piccoli dissapori. “E adesso noi cosa facciamo? Sgrassiamo ben bene questo nasino e gli applichiamo il cerottino. Con il cerottino quella brutta russatona trombonona se ne va, e noi facciamo i sogni d’oro!” Avevo finito da pochi secondi e già si era riaddormentato in un silenzio irreale. Il respiro non faceva più ROOOORRAAAOOORRRRRSKOCK!, ed era ritornato ad essere un sibilo tranquillo e regolare. Mi avviai verso il sonno del giusto nella speranza che l’indomani non arrivasse mai. Fino a quando – mi ero addormentato, credo, dal tempo che intercorre a Napoli tra un semaforo verde e un clacson – il boato non mi ridestò con uno schianto tipo RRRRRAAAAAARRRRRRRRRSKOCK! Aprii gli occhi e vidi Feiez in piena fase Rem, beato come un papa, con il cerotto esploso dal naso e attaccato per un piccolo lembo di plastica. Ore tre del mattino circa. Quanti omicidi non avvengono per via dell’amicizia. “And if you snore this loud / I put you and I’m proud Ah ah ah ah, ah ah ah ah / I put you and I’m proud.”
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